Trasloco

Trasloco

Ci ho pensato a lungo e alla fine ho capito che non c’era altra soluzione: dopo 33 mesi trascorsi a scrivere qui, ho deciso di traslocare.
Ultimamente scrivevo poco e ancora adesso sto attraversando un blocco, ma questo posto, un posto stantio che oramai odora di un corpo apatico nascosto sotto le lenzuola e ha il sapore salato delle lacrime, rende ancora più difficile riprendere la penna in mano, o meglio, risentire la tastiera sotto le dita.

Quando l’ho aperto ricordo bene che avrei davvero voluto che questa fosse la mia casetta per tutti i secoli a venire, ma purtroppo ho fallito. Mi sento una fallita ogni volta che trasloco, ma forse è normale. La gente lo fa nella vita reale, non capisco perché non dovrei farlo io nella mia vita virtuale.

Da adesso in poi, se vorrete ancora leggermi, mi trovate in Un posto nel mondo.

Grazie a chiunque abbia letto, commentato, reso questa la casetta migliore che io abbia mai avuto in tutti i miei anni da blogger sconosciuta e depressa. Siete preziosi e potrei stare qui a fare la modesta e dire che non vorrei che continuaste a leggere le mie baggianate, ma la verità è che se ciò non accadesse, sentirei davvero la mancanza di alcuni di voi, dei veterani di WordPress, di quelli che hanno iniziato a scrivere qui perché avevano qualcosa da condividere e non perché vittime di quel processo “Seguiamoci a vicende solo per aumentare i followers, chissenefrega se poi non ti interessa una minchia di quello che scrivo”.

Buona vita a tutti. Io sto cercando di dare una svolta alla mia.

If I were

If I were

cosinonvale mi ha taggata in un post davvero carino e ho deciso di rispondere, anche se in ritardo come sempre, nel mio inconfondibile stile (shame on me!).

Per la cronaca, questo tag è stato creato da http://bloodyivy.it/, non sia mai che poi vengano a chiedermi i danni per mancato riconoscimento della paternità di codesto tag.

And now… Le questions! (Oggi mi esprimo a culo, yessssah!)
Questions a cui non è stato facile rispondere perché per tutte mi venivano in mente più possibilità, ma ho cercato di essere il più istintiva possibile.

1) Se tu fossi un romanzo? Wintergirls di L. H. Anderson
2) Se tu fossi un film? Franklin
3) Se tu fossi cattivo, dannatamente cattivo (da film, non personaggi reali)? Freddy Krueger
4) Se tu fossi musica? Sarei una canzone concepita dagli Alesana (ode e lode agli Alesana, asdfghjk!!!!)
5) Se tu fossi una fiaba? Pocahontas (è una fiaba? Boh, per me tutto quello che è diventato un film d’animazione Disney è etichettabile come fiaba, anche se questa è una storia mezza vera)
6) Se tu fossi un’opera d’arte? L’urlo di Munch
7) Se tu fossi un artista? Gerard Richter
8) Se tu fossi una poesia? Annabel Lee di E. A. Poe
9) Se tu fossi una frase? “I became insane, with long intervals of horrible sanity”, sempre del buon vecchio amato Poe
10) Se tu fossi un personaggio storico? Sarei Cleopatra (sono megalomane, sì)
11) Se tu fossi un mezzo di trasporto? Sarei un treno della metropolitana della Northern line di Londra
12) Se tu fossi una città? Dalla risposta precedente si capisce che potrei essere solo una città e cioè, come tutti voi sapete perché v’ho frantumato i cocomeri a dovere, Londra!
13) Se tu fossi un personaggio dei fumetti? Sarei Brigitta, quella che correva dietro a Zio Paperone e che lui non considerava neanche di striscio… L’ho sempre amata fin da piccola e credo che questo dica molto sulla donna (?) che sono diventata in seguito…
14) Se tu fossi un colore? Nero
15) Se tu fossi un profumo? Sarei quello emanato da un pacco di caffè appena aperto
16) Se tu fossi un suono della natura? Il suono di un ruscello di montagna
17) Se tu fossi un fiore? Un nontiscordardime
18) Se tu fossi un animale? Un gatto, what else?
19) Se tu fossi una pianta? Una magnolia
20) Se tu fossi una pizza? Bianca, con mozzarella, spinaci, salsiccia e salame piccante, perché il piccante deve essere ovunque e comunque
21) Se tu fossi un dolce? Un brownie: piatto e insignificante a vedersi, ma con un cuore morbido di cioccolato che si scioglie in bocca… E anche qualche croccante nocciola qua e là, perché gli scogli nella vita ci sono sempre🙂
22) Se tu fossi una bevanda? Un caffè, ovviamente
23) Se tu fossi una salsa/un condimento per le patatine fritte? La salsa quella bonissima e inimitabile dell’Old Wild West, l’unica con cui mi piace mangiare le patatine… O al limite una salsa BBQ, ma piccante

Sarei molto happy shalala di leggere le risposte di NonnaSo, groupiedoll, Angel Cage, cose mentali, PhilosoBia, Vera Marte, namida27, gintoki, debh e NanaLSD. Ovviamente nessuno è obbligato a rispondere, ho solo pensato a voi in quanto blogger del mi corazon.

Peace, Love & Beer per tutti quanti!

… Non so cos’ho stamattina che mi fa essere così “sgarzellotta”, come si dice dalle mie parti.
Prevedo un crollo emotivo nel pomeriggio che potrebbe anche portarmi a tagliarmi le vene.
Ricordate, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria!

Cià.

Conversazioni che degenerano

Conversazioni che degenerano

La bilancia staziona in camera mia da tempo immemore. Mi peso ogni mattina da non so quanti mesi. Mesi che probabilmente hanno già formato un anno e più.

Negli ultimi tempi però non sono più severa con me stessa come un tempo. In questi giorni ad esempio il numero sulla bilancia è un numero che qualche mese fa mi avrebbe spinto ad accasciarmi al suolo in lacrime. Sono leggermente più razionale, so che in questi ultimi giorni ho mangiato di merda e ho mangiato tanto, quindi cosa posso pretendere? So anche che quei chili in più sono in un certo senso chili “finti”, cioè mi basterebbe tornare al regime ferreo per una settimana che probabilmente sparirebbero.
Il punto è che non ne vedo il senso. Adesso che forse sto finalmente muovendo dei passi verso la direzione che ho sempre considerato migliore per me (e lasciamo che sia il tempo a svelare se avessi ragione), prendo anche atto del tempo che ho perso in quest’ultimo anno e più. Se sommassi tutti i passi mossi per salire su quella dannata bilancia forse potrei tradurli in tutto il tempo che ho sprecato dietro ad un tale gesto, mentre quei passi avrei potuto muoverli verso altre mete, mete reali, molto distanti da un semplice numero sulla bilancia.

Però non è ancora facile come vorrei. Non è ancora facile come un tempo.
Forse perché un tempo non era facile, era semplicemente naturale, che è diverso.

Mia madre qualche giorno fa è entrata in camera mia ed è salita sulla bilancia dicendo: “Fammi vedere quanto peso, mi sento taaaanto gonfia ‘sti giorni!”.
“Spero che la bilancia sia rotta” ho replicato io, “altrimenti significherebbe che sto ingrassando come una scrofa!”. L’ho detto ridendo. Non c’era dramma nella mia voce.
“Perché, quanto pesi?” mi ha chiesto lei.
Ho cambiato espressione. Non ridevo più. Non glielo volevo dire. E’ così banale il mio peso in questi giorni. Il peso normale di una ragazza normale.
Ha tirato ad indovinare, non ci ha preso, io comunque non ho risposto. Ha sparato un numero al quale ho replicato: “Sì, se pesassi in quel modo smetterei di mangiare di nuovo!”.
Lei ha riso. Credo che abbia interpretato queste mie ultime parole come una sorta di ammissione di rinsavimento totale da parte mia. “Sai qual è il punto? Sai qual è l’opinione della gente attorno a te riguardo a come sei adesso e a come eri prima?”.
Qualcosa si è rotto dentro di me. Avrei voluto gettarmi a terra e piangere disperatamente, come facevo spesso qualche mese fa, come faccio qualche volta ancora adesso. “No, non lo voglio sapere” ho replicato. C’era il terrore nella mia voce.

Adesso sono normale. Peso normale.
Però ancora non mangio normale. Sono molto lontana da un rapporto normale con il cibo. Peso e calcolo ancora tutto e dubito che smetterò mai di farlo. Non riesco ad immaginare la mia vita diversamente.
A volte mi abbuffo ancora, però non più come prima, per il semplice fatto che ho operato la sana scelta di non comprare più le cose che mi scatenano le abbuffate inarrestabili, quelle abbuffate durante le quali mangiavo così tanto che iniziavo a sentire la testa pesante, le fitte allo stomaco, il fischio nelle orecchie, e iniziavo a pregare di poter vomitare. Certo, in casa ci sono pacchi di biscotti a cui posso incollarmi quando vengo presa da quei raptus che mi dicono “Mangia, mangia, mangia, mangia brutta stronza obesa schifosa”. E io mangio. Ma poi interviene quella sottospecie di disturbo ossessivo compulsivo che mi spinge a contare le cose, dunque so che da un pacco mangerò al massimo 10 biscotti, non di più; meglio ancora, ne mangerò solo 8, o forse 4, che il numero 4 e i suoi multipli sono stati sempre i miei preferiti. Grazie sottospecie di disturbo ossessivo compulsivo, per fortuna che ci sei tu a farmi guardare il mondo attraverso i numeri.
Per limitare ancora di più i danni, compro cose light e ipocaloriche, che quelle non mi scatenano le abbuffate violente: che gusto c’è ad ingozzarsi di barrette di cereali da 90 calorie l’una o di frollini che a gruppi di 8 hanno solo 99 calorie? Io ero quella che si ingozzava di biscotti che avevano 90 calorie l’uno, non sono mica una principiante.

Il punto è che non voglio sentire mia madre che, in veste di portavoce di tutto il parentado, mi conferma che adesso ho un aspetto normale.
Perché è proprio la normalità che mi fa schifo. Mi fa schifo essere così, quando prima ero cosà. Sono tornata al punto in cui, guardandomi allo specchio, mi vedo morbida. La verità è che darei un rene per tornare ai tempi in cui guardandomi allo specchio mi vedevo ossuta, spigolosa, tagliente. Quei tempi in cui il mio corpo gridava la mia fragilità e il mio dolore interiore, senza che io dovessi verbalizzare niente di tutto ciò. La mia anima combaciava perfettamente con il mio aspetto esteriore. Era il nirvana.

So che, dentro, non sarò mai più normale. Non credo ci sia guarigione per quelle come me, quelle che hanno sì un problema, un disturbo, ma non è conclamato. Non ho mai pesato 30 kili, ne pesavo 38, al minimo 37, ma per una bassa come me non è poi questa cosa grave, benché lo psicologo mi abbia detto che se a quei tempi mi avesse visitato qualcuno probabilmente mi avrebbe ricoverato. Ma diciamoci la verità, a meno che tu non diventi uno scheletro ambulante sono poche le persone che ti trascinerebbero all’ospedale perché temeno che forse tu sia un po’ ammattita, oltre che troppo magra. Pesare in quel modo poi era strano per me che di costituzione sono sempre stata normale, normopeso. Conosco gente alta quanto me che di sicuro pesa meno di 40 kili, ma loro pesano così da sempre, è nella loro natura. Una natura fortunata.
C’erano sì tempi in cui sembravo malata, ma poi sono arrivati tempi in cui ho gradualmente smesso di sembrare di esserlo e tutto si è risolto così, quando l’occhio altrui si è ritenuto soddisfatto di quello che vedeva. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore: quando le mie ossa hanno smesso di sembrare coltelli acuminati, le persone si sono sentite al sicuro, hanno creduto che il problema fosse risolto. E invece il problema nella testa è ancora presente, è tutto lì.

La verità è che ho perso totalmente il gusto del cibo. Anche quando mangio, anche quando mangio tanto, anche quando mangio qualcosa che mi piace, raramente sento quella soddisfazione che potrebbero provare gli altri di fronte ad un pasto. Magari sto mangiando la cosa più buona del mondo, ma lo faccio in maniera meccanica, apatica ed è probabile che la mia faccia sia vagamente da funerale. Non ricordo più l’ultima volta che, finito di mangiare, mi sono sentita davvero sazia e non solo nello stomaco.
Inoltre, c’è un senso di colpa eterno che come un tarlo vive e imperversa in fondo al mio cervello. Prima di mangiare mi perdo ancora in lunghi dibattiti, chiedendomi se me lo merito, domandandomi se dovrei e quanto potrei resistere ancora. A volte rispetto ancora i miei rigidi orari, a volte mangio ancora solo quando sento lo stomaco talmente vuoto che sembra quasi corredersi per mangiare se stesso. In quei momenti ricordo quanto mi piacesse la sensazione di stomaco vuoto, una sensazione che nei tempi più brutti neanche potevo più gustarmi perché semplicemente avevo perso lo stimolo della fame. Adesso invece sono famelica e mi chiedo come facessi a resistere qualche mese fa con così poco, per così a lungo. Dicono che la fame estrema sia normale dopo aver trascorso mesi cercando di mangiare il meno possibile.

Dal mio punto di vista, il cibo è un altro dei miei innumerevoli fallimenti. Volevo poterlo controllare, volevo poterlo rifiutare, volevo essere magra e vincere sul senso di fame. Volevo smettere di crescere.
Per un po’ ho vinto io, per un po’ sono stata bravissima e ligia al dovere che mi ero posta, ma poi è arrivato il momento di operare delle scelte. E’ arrivato il momento di dire a me stessa che se avessi continuato ad essere così rigida non avrei mai realizzato neanche la metà delle cose che vorrei fare. Così ho allentato la presa, ma è tremendamente difficile e pericoloso farlo per una come me, una che appena allenta la presa finisce per correre a briglia sciolta. Mangiare fino a scoppiare o non mangiare fino a scomparire: non c’è mai stata alternativa per me, è questo il problema. L’assenza di equilibrio, di una giusta misura è sempre stato il cancro della mia esistenza. O bianco o nero, o tutto o niente, o amore o odio. Non c’è via di mezzo.
O meglio c’è, ma io non l’ho mai percorsa, non ho mai conosciuto la strada che portava a questa via che si dipana a metà tra le cose, in bilico tra una sinistra e una destra, tra un giusto e uno sbagliato, galleggiante tra una serie di infinite sfumature.

Oramai sono normale.
Banale.
Sgraziata. Che se fossi una di quelle persone normali che però possono vantare una grazia nelle loro forme, un’armonia tra le parti del loro corpo, una schiena retta e un’espressione fiera con cui addentrarsi nel mondo, allora potrei anche mettermi l’anima in pace.
E invece no. Invece io sono normale-brutta, normale-disarmonica. Le parti che mi compongono stridono tra di loro come i freni di una macchina quando le pastiglie sono troppo consumate.

Non voglio davvero sapere cosa pensino gli altri di me adesso che sono di nuovo normale. Ne sono consapevole ogni volta che mi guardo allo specchio, quando i miei occhi indugiano sulle mie fattezze e un profondo senso di disgusto e disprezzo forma un nodo all’altezza dello stomaco, facendomi rimpiangere i tempi in cui ero forte abbastanza da controllare tutto quello che ci finiva e, soprattutto, quello che non ci finiva dentro.

Piccoli grandi passi

Piccoli grandi passi

Se quello compiuto dall’uomo sulla Luna era un piccolo passo in sé, ma un grande passo per l’umanità, direi che sto sperimentando la situazione contraria: quelli che sembrerebbero piccoli passi per l’umanità, sono grandi passi per me.

Certo, non tutti i passi portano dove vorrei.
A volte fai un passo avanti e due indietro.
Ma l’importante è muoversi. Sfidarsi.

L’unico problema arriva quando qualcuno mi domanda quanti passi ho fatto negli ultimi tempi, che strade ho percorso.
Vorrei poter essere sincera, senza la paura di essere giudicata.
Mi sono persa; sto cercando di nuovo la mia strada. Sono caduta; sto cercando di rialzarmi. E’ questo che vorrei poter dire.
Invece invento cose, cerco scuse.
Magari arriverà anche il tempo della verità.
Lo spero, perché la verità amputata che mi ostino a raccontare omette tante, troppe cose. Un peso troppo grande da sopportare.

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Temporale estivo

Temporale estivo

Luglio è stato un mese caldo, molto caldo.
Ho sperato per tutto il tempo che piovesse e che le temperature si abbassassero.

Luglio è stato un mese lungo, molto lungo.
Ho sperato per tutto il tempo che mio padre avesse una domenica libera per andare con lui e mia madre a fare un pic-nic in un posto in cui andiamo praticamente ogni estate da quando ero una marmocchia, un posto tra i monti della mia regione, un posto che mi piace tanto tanto.

Ci addentriamo nel piccolo paesino tra i monti per comprare gli ultimi essenziali ingredienti per il pic-nic perfetto, dopodiché scompariamo nei boschetti dei dintorni, mangiamo la nostra insalata di riso, ci strafoghiamo di pasticcini, stiamo sdraiati a fare un bel niente, io leggo un libro, scatto foto a tutto ciò che si muove e anche a ciò che sta fermo, mi arrampico sulle panchine e su altalene e scivoli di un piccolo parco giochi lì vicino che ha sicuramente visto giorni migliori, giorni in cui non restava fermo e impassibile a lasciarsi mangiare dall’inesorabile ruggine, giorni in cui era sicuramente ravvivato dalla presenza di qualche bambino e non soltanto scosso appena dalla presenza di una bambina troppo cresciuta che salta qua e là scattando foto apparentemente a casaccio.
Dopodiché saremmo tornati nel paesino, mio padre avrebbe trascorso un paio d’ore a pescare nel torrente lì vicino, mia madre e io l’avremmo seguito per un po’, io avrei gioito come avessi ancora cinque anni ogni volta che la mia vista non proprio da falco mi avrebbe concesso il lusso di individuare una trota sotto la superficie dell’acqua, avrei ammirato la sua testa ferma e testarda, la sua coda che si muoveva sinuosa, il suo corpo immobile, ma determinato, opposto alla corrente rispetto alla quale la trota è sempre contro.
Mia madre ed io avremmo fatto una passeggiata nel paesino, lei si sarebbe addentrata nel solito negozio di oggetti tutti legno e pizzo, oggetti dipinti di bianco, al massimo di colori pastello, oggetti delicati sistemati in modo delicato in un negozio piccolo e stretto, uno di quelli in cui ti muovi con il terrore di far precipitare tutto al minimo respiro. Io avrei insistito come sempre per mangiare la mia solita coppa di gelato più alta di me, sormontata di panna, decorata di biscottini, l’avrei gustata tutta con calma, fino all’ultima cucchiaiata.
Infine saremmo tornati a casa, io avrei accolto la sera che lentamente calava guardando fuori dal finestrino dell’auto, ascoltando musica, isolandomi dalla realtà eppure sentendomi come mai presente nel mondo.

Oggi è agosto, oggi è domenica, la prima in cui mio padre è finalmente libero.
Ma oggi è anche il giorno in cui le temperature si sono un po’ abbassate perché il temporale ha deciso che era il momento di arrivare. Tempismo perfetto come sempre. Scampagnata rimandata perché fare un pic-nic in mezzo alla melma rovinerebbe un poco il quadretto che alberga nella mia mente.

Paziento, paziento ancora un po’.
Non la termino quest’estate senza il mio dannato pic-nic, senza seguire il solito copione. Non mi importa di essere definita abitudinaria, non mi importa se poi il mio voler seguire certe abitudini, certi copioni mi lascia un po’ l’amaro in bocca perché così facendo mi ricordo che non ho più 10 anni e che non è più la stessa cosa, che non tutto appare perfetto e grandioso. Non mi importa davvero. Certe cose non devono essere cambiate. Devo imparare a non crucciarmi troppo per il fatto che l’euforia con il tempo si trasforma in malinconia: è un processo naturale, è la vita.

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